CHE COSA C’È DIETRO LA GRANDE PARTITA INDUSTRIALE DEI COMPETENCE CENTER

Finalmente comincia l’attività dei centridi competenza ad alta specializzazione. Ma perché sono così importanti per l’industria? E come possono supportare le piccole imprese? Abbiamo cercato di capirlo parlandone anche con Marco Taisch, Patrizio Bianchi, Carlo Bagnoli.

Da Torino a Milano, da Bologna a Firenze, da Roma a Napoli. Il Politecnico di Torino, quello di Milano, le Università di Bologna assieme agli atenei di Modena, Reggio Emilia, Parma e Ferrara, la Sapienza di Roma, la Federico II di Napoli. E poi le aziende, da FCA, a Leonardo, ad Abb. Sono solo alcune delle città con il loro territorio, delle Università e delle imprese che da ora in poi avranno un ruolo decisivo nel definire il futuro di Industry 4.0 nel Belpaese e che potranno esercitare un’ influenza che potrà andare ben oltre i confini nazionali. I Centri di competenza ad alta specializzazione, i cosiddetti Competence Center, sono partiti con un ritardo di un anno rispetto alla tabella di marcia prevista dal piano Industria 4.0, per problemi burocratici e di rimpalli tra enti pubblici. Hanno però poi preso la rincorsa tanto che, nel giro di qualche mese, da inizio 2018 sono già in grado di esprimere valore, come testimonia la graduatoria pubblicata giusto nell’ ultimo giorno di attività di Carlo Calenda alla guida del Ministero dello Sviluppo Economico.

Ma che cosa dovranno fare e come, nel passaggio dalla teoria alla pratica, dovranno funzionare? Sul loro ruolo il linguaggio burocratico del Ministero recita : «I competence center sono chiamati svolgere attività di orientamento e formazione alle imprese nonché di supporto nell’attuazione di progetti di innovazione, ricerca industriale e sviluppo sperimentale finalizzati alla realizzazione, da parte delle imprese e in particolare delle Pmi, di nuovi prodotti, processi o servizi (o al loro miglioramento) grazie alle tecnologie avanzate in ambito Industria 4.0». Non hanno una competenza territoriale, ma per specializzazione. E sono l’anello mancante tra Accademia e Impresa, quello che consentirà a questi due fulcri dello sviluppo di comunicare finalmente in maniera efficiente ed efficace; e da questa estate tutti questi centri saranno operativi. Vediamo di capirne di più con l’aiuto di docenti universitari che sono direttamente impegnati nella loro gestione.

La graduatoria

Innanzitutto i protagonisti, tra atenei e aziende: nella graduatoria resa nota dal ministero e che indica i candidati prescelti, che ora accederanno a una fase negoziale con il Ministero con l’obiettivo di «massimizzare i risultati conseguibili mediante l’erogazione del servizio alle imprese rispetto agli obiettivi dell’intervento agevolativo» (in ballo, ci sono 73 milioni di euro) troviamo al primo posto con nove punti, il centro “Manufacturing 4.0”, il cui capofila è il Politecnico di Torino, da marzo affidato al nuovo rettore il professor Guido Saracco, insieme a partner industriali di livello internazionale (FCA, General Motor, GE Avio, Thales Alenia). Il focus è su aerospazio, automotive e additive manufacturing. Nove punti anche per “Made in Italy 4.0”, del FCA, General Motor, GE Avio, Thales Alenia (il rettore qui è il professor Ferruccio Resta), e focalizzato sulle tecnologie per la fabbrica 4.0. Al terzo, con otto punti, “BI-REX”, capeggiato dall’Università di Bologna (il cui 81esimo Magnifico Rettore è il Prof. Francesco Ubertini) ma sostenuto anche dagli atenei di Modena, Reggio Emilia, Parma e Ferrara. Di rilievo la collaborazione con il Cineca, consorzio interuniversitario italiano con sede a Casalecchio di Reno (Bologna), a cui aderiscono 67 università italiane, nove enti nazionali di ricerca, un Policlinico e il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (Miur); e anche quella con l’Istituto italiano di fisica nucleare.

Ci sono poi le Università del centro sud, segnatamente al sesto posto con 7 punti, “Industry 4.0”, centro guidato dall’Università “Federico II” di Napoli, (Rettore il Prof. Gaetano Manfredi) che è sostenuto da otto fra atenei campani e pugliesi, e dalle Regioni Campania e Puglia. Al settimo, con 6 punti “START 4.0”, capitanato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche presieduto da Massimo Inguscio, insieme all’ aziende Abb, Leonardo, Ansaldo e altre. All’ottavo posto, con 6 punti, il centro “Cyber 4.0”, guidato dall’Università “La Sapienza” di Roma. Il focus qui è la cyber security. In mezzo, al quarto posto,  “ARTES 4.0”, centro guidato dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ma che riunisce anche la Scuola Normale Superiore, Università di Pisa, Università di Firenze, Università di Siena, e altri atenei; al quinto  “SMACT”, capeggiato dall’Università di Padova ma sostenuto da una rete di atenei del territorio (Verona, Venezia, Iuav, Trento, Bolzano, Udine, Trieste e altri) e con focus su agroalimentare, abbigliamento, arredamento e automazione.

Qui Milano,Taisch: orientamento e formazione per le Pmi, supporto nei progetti

«L’obiettivo è fare attività per Pmi, su tre dimensioni», dice a Industria Italiana Marco Taisch, docente della School of Management del Politecnico di Milano e di Sistemi di Produzione Automatizzati e Tecnologie Industriali presso lo stesso ateneo, e co-responsabile scientifico dell’Osservatorio Industria 4.0. Taisch parla dunque per conto del Competence Center che, insieme a Torino, è in cima alla classifica. «Le imprese hanno bisogni diversi: ci sono quelle che ancora non hanno compreso cosa sia l’industria 4.0 e per le quali bisogna fare orientamento. Questo fa il competence center, illustrando le nuove tecnologie a chi ne ha bisogno. Ci si deve immaginare uno spazio fisico in cui saranno disponibili le tecnologie del 4.0. Qui le le aziende potranno visionarle come se fossero implementate. Qualcosa che somiglia a uno show-room Ikea, dove si osservano le possibili ambientazioni e ci si fa un’idea del risultato finale; una volta che l’idea è chiara, si selezionano i pezzi necessari per costruire un ambiente produttivo ad hoc sulle proprie esigenze.»

La seconda attività è la formazione, anche questa rivolta alle Pmi e molto concreta, orientata al training, basata proprio sul fatto di mostrare le tecnologie. Infine, la terza attività per le imprese che vogliono implementare le tecnologie è quella di supportarle nei progetti, il vero e proprio trasferimento tecnologico. Tutto questo viene fatto non dall’Università, ma soprattutto dai fornitori di tecnologie ed è dunque un’iniziativa molto guidata da imprese per imprese. Non è un’iniziativa teorica ma molto vicina a mercato e alle sue esigenze».

Le differenze con gli Innovation Hub

E se è vero che il bando è partito con un ritardo enorme, è altrettanto vero che il percorso di avvio dei competenze center è stato invece velocissimo. «Il 30 aprile i partecipanti hanno presentato le domande, il 21 maggio avevamo già la risposta, la selezione è stata rapidissima. Il percorso era in realtà già avviato dal punto di vista strategico, ora si tratta di fare gli adeguamenti di tipo amministrativo», precisa Taisch. Che ricorda che i Competence Center non sono territoriali ma si differenziano per specializzazione. Quello lombardo, guidato dal Politecnico è specializzato sull’industria 4.0, è già attivo per aziende disseminate lungo lo Stivale «di Napoli, Bari, Roma. Possono rivolgersi al nostro Competence Center in caso vogliano condurre una trasformazione in chiave 4.0. Saranno gli innovation hub, che invece hanno una strutturazione territoriale, a orientare le imprese delle diverse aree geografiche verso il Competence Center in grado di offrire le competenze necessarie alle trasformazioni richieste».

Qui Bologna, Bianchi: diventare un punto di riferimento non solo nazionale

Ogni Competence Center si è fatto forte delle specificità del territorio, per partire. Ma per riuscire a decollare deve mirare a essere molto di più: un punto di riferimento nel suo ambito di ricerca a livello europeo o internazionale. E’ il punto di vista di Patrizio Bianchi, ordinario di Economia applicata alla Facoltà di Economia e Rettore dell’Università degli Studi di Ferrara nonché Assessore al coordinamento delle politiche europee allo sviluppo, scuola, formazione professionale, università, ricerca e lavoro della Regione Emilia Romagna. «La spinta motrice arriva da un grande ateneo che ha accolto anche altre istanze del territorio. Nel nostro caso, Bologna ha riunito tutte le altre università della regione e ha portato 60 imprese dentro il Competente Center. Questo ha un senso se è un interfaccia nei confronti dei sistemi di ricerca, e dunque anche i sistemi di ricerca devono essere orientati a generare ricadute produttive».

I Competence Center, secondo Bianchi, hanno un valore che va al di là del trasferimento tecnologico. «Sono innanzitutto la dimostrazione che i grandi sistemi di ricerca italiani sono capaci di aggregarsi. Ma questo non basta, devono diventare un catalizzatore di sistemi scientifici nel loro complesso. Sempre per restare nell’ambito del nostro territorio, noi abbiamo coinvolto la Fondazione Golinelli, che si occupa in maniera integrata di educazione, formazione e cultura per favorire la crescita intellettuale ed etica dei giovani e della società e con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo sostenibile del nostro Paese. E a Bologna, ci avvaliamo delle competenze del tecnologico big data, che sarà un pezzo integrato e integrante del centro, il punto di aggregazione dei big data non solo italiano, ma europeo. Quando mi viene posta la domanda su cosa siano i Competence Center, io rispondo che dobbiamo decidere se sono strumenti di trasferimento tecnologico dei contesti locali o punti di riferimento nazionali e internazionali: per me devono perseguire il secondo obiettivo».

Non solo poli di trasferimento tecnologico, ma fulcro della ricerca a livello europeo

Così rispetto all’idea iniziale di poli di trasferimento tecnologico alle imprese locali, i competence center possono avere una ulteriore evoluzione: «In Emilia Romagna lo abbiamo interpretato in maniera diversa. Ovvero come la costituzione all’interno di sistemi articolati, a seconda anche delle aree di riferimento, che devono essere punti di riferimento a livello internazionale. Il nostro è focalizzato su industria 4.0 e big data. Ma non siamo i soli a perseguire questo obiettivo: anche Torino ragiona allo stesso modo, con l’obiettivo di posizionare il Politecnico in una prospettiva internazionale». Ma a ben vedere sono tutti i primi in classifica, dunque anche Milano, Pisa, Padova ad aver adottato un modello complesso, mettendo a fattor comune le skill presenti in università, che hanno unito intorno alla capofila tutti i sistemi territoriali.

«Quello che è rilevante è l’ambizione con cui si fanno queste operazioni», precisa Bianchi, sostenendo che se i competence center si limitano a fare trasferimento tecnologico hanno fallito la propria missione: «i centri di trasferimento non servono, le imprese in molti casi ne sanno più delle università. E da anni le università hanno centri di trasferimento tecnologico, che fanno capo a Netval, l’associazione delle università italiane. La novità dei competence center sta nel salto di dimensionale che si va a fare. Questa è davvero l’occasione per mettere in tiro l’intero sistema scientifico tecnologico italiano e per riposizionare il Paese intero».

Anche perché, come sostiene ancora Bianchi, questa novità si va a collocare all’interno di un percorso già molto solido e punteggiato di eccellenze senza uguali al mondo. «Pisa è un punto di riferimento per la robotica non solo italiano. L’Emilia lo è nei big data e nel supercalcolo e non teme confronti con nessuna università d’Europa. Torino è la migliore in assoluto nella meccanica avanzata e Milano nell’elettronica, come Padova nella biologia. Si deve fare perno su quello che abbiamo e che è frutto di un lavoro durato anni. Oggi le cose si mettono a regime e si valorizza quello che si ha. E se ne deve tener conto per progettare un nuovo piano nazionale di ricerca». Per altro, la partita dei competence center si gioca in un momento cruciale in cui l’Europa ha stilato un piano che prevede un investimento da 20 milioni di euro per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e sta conducendo una serie di iniziative per far sì che il Continente possa dire la sua nel supercalcolo. Per combattere ad armi pari sul terreno di gioco che finora è stato di Cina e Usa in esclusiva.

Qui Venezia, Bagnoli : mettere in connessione università e imprese

Dunque, centri di riferimento in un ambito che va ben oltre quello nazionale ma anche strutture che consentano un dialogo tra realtà diverse, dicevamo all’inizio. «L’obiettivo è riuscire a creare strutture che mettano in connessione imprese e università che hanno linguaggi e tempi diversi; una parla il linguaggio economico e una quello della ricerca, una ha tempi di azione di 3 o 4 giorni e l’altra di 3 o 4 anni. Dunque i Competence Center sono strutture che stanno nel mezzo, e che funzioneranno meglio dei centri di trasferimento tecnologico, che le università hanno provato a sviluppare all’interno ma essendo di emanazione universitaria da quella tendono a essere trainati e non sanno fare azione commerciale. E per quanto l’Accademia sia grande, ha conoscenza limitata e l’impresa ha bisogno di cercare pezzi di conoscenza da più sedi: l’idea vincente sta nel creare una struttura legata ma esterna. Noi lo abbiamo fatto unendo le nove università del Triveneto e l’Istituto nazionale di fisica superiore che ha una sede a Padova, insieme alla Fondazione Bruno Kessler, l’ente di ricerca della provincia di Trento, che spazia da ICT a storia e sociologia», racconta Carlo Bagnoli, Professore associato di innovazione strategica e direttore dello Strategy Innovation Hub dell’Università Ca’ Foscari (Venezia).

La sede principale del Competence Center triveneto sarà appunto l’Università Ca’ Foscari e, per fare azione commerciale, ci saranno persone che faranno market pull andando in giro presso le imprese, per capirne le esigenze e costruire un progetto usando le competenze presenti in house. Undici entità unite per costruire una mappa delle competenze: da qui si selezionano i docenti che hanno linguaggio e voglia di misurarsi con le imprese in un rapporto mediato dal centro di trasferimento tecnologico. La novità sta proprio nel fatto che sia stato possibile mettere insieme le 9 università del triveneto che è un segnale che si sia compresa la necessità di fare sistema.

«I competence center diventano agenti di un’attività di awareness, per far prendere coscienza alle imprese di quello che succede in termini di salto paradigmatico: abbiamo poi linee pilota, a Padova, Trento e Udine dove faremo vedere come funzionano queste tecnologie. All’interno del competence center di Venezia sono state intercettate 30 imprese divise tra provider di beni e servizi e beneficiari degli spessi, gli “adopter” che devono costruire i progetti con noi in ottica 4.0. Parliamo di nomi come Brovedani che a Pordenone opera nella meccanica di precisione, Danieli di Udine che è leader mondiale nella produzione di impianti siderurgici, Texa di Treviso, che si occupa di diagnostica mobile e telemobility, l’aeroporto Save di Venezia. I provider di servizi sono per esempio PwC o Intesa Sanpaolo mentre tra i provider tecnologici compare Schneider Electric, specializzata nella gestione dell’energia e automazione: questi soggetti ci aiutano nell’implementazione, mentre le università lavorano sulla fase di design».

I 15 adopter svilupperanno casi che saranno dimostrazioni verso tutte le Pmi e le aziende che sono più indietro nel percorso. «Siamo specializzati nelle tecnologie smart, ovvero social, mobile, big data, analytics e iot. L’obiettivo è creare infrastruttura e analisi dei dati che emergono mettendo in interconnessione oggetti e persone. Abbiamo laboratori diffusi che stiamo mappando per la messa in rete e un demonstration lab che attraverso i progetti pilota farà da hub per tutte le imprese interessate all’ambito in cui lavoriamo. Ancora, siamo dotati di un design collab in cui metteremo a punto i progetti e infine un laboratorio esecutivo in cui si implementanno. I 15 adopter apriranno le porte della propria impresa per fare scuola alle altre imprese». Ed è questo probabilmente il ruolo più importante dei competence center, secondo Bagnoli, che conclude: «Le Pmi devono essere intaccate, perchè essendo in corso una rivoluzione industriale, partendo dalle più grandi è necessario riuscire a coinvolgere le piccole e medie imprese. Bisogna accelerare, noi vogliamo incrociare piccole e medie imprese innovative e non e anche lavorare su start up, e questo può essere un modo per far transitare l’innovazione nelle imprese per incorporazione».

 

Autore: industriaitaliana.it